Perchè col retro non si perde nulla – Parte 1

Alcuni sono retrogamer per scelta altri perché ci sono costretti nel senso che hanno vissuto i quarantanni che hanno fisicamente visto nascere, crescere ed evolvere la storia dell’informatica e dei videogiochi così come la conosciamo oggi. Questo articolo lo scrivo due giorni dopo aver raggiunto i cinquant’anni e pur avendo preferito compierne trenta non nascondo di sentirmi fortunato ad essere nato nel 1971 e ad aver vissuto l’intera storia della tecnologia informatica partendo da quei giochini che una volta si chiamavano “scacciapensieri” al mio moderno PC con RTX 3070 acquistata ad un prezzo relativamente onesto.

Ovviamente il motivo per cui sono ancora qui a parlare ed amare i PC e i videogiochi lo devo alla ormai defunta (purtroppo) Commodore. Un brand che portò nelle case di mezzo mondo i primi computer a prezzi tutto sommato abbordabili. Ricordo l’emozione di avere tra le mani un VIC20, poi espanso fino a 16K, ricordo la frenesia di andare in edicola ad acquistare ogni singolo numero di Video Basic per comprendere fino in fondo (o quasi) cosa poteva fare una macchina oggi probabilmente meno potente dello smartwatch indossato sul mio polso.

Ricordo la frenesia di sfogliare ogni singolo numero di MC Microcomputer, le diottrie perse a copiare i listati sul Commodore collegato alla TV e capire come funzionavano per poi addirittura, seguendo quelli, creare qualcosa di completamente mio. L’avevo fatto con il listato dell’avventura testuale “Piramide di Iunnuh” divenuta poi un’altra avventura esplorativa di cui maledico ancora oggi il giorno che ho regalato la cassetta insieme al mio VIC20 ad un mio collega di un vecchio lavoro. Almeno la cassetta dovevo tenerla!

Ricordo quando programmai un gioco dove si doveva scoprire l’assassino in una casa con troppi indiziati con in sottofondo la musichetta di “Profondo Rosso” realizzata grazie all’aiuto del mio migliore amico (e musicista) Lorenzo che oggi purtroppo non c’è più. Insomma un vortice di emozioni, la consapevolezza che con quelle tecnologie potevi fare ciò che volevi come quelli su Youtube che col Commodore 64 trasformano la propria auto in stile KITT di Supercar.

Ma quello era solo l’inizio, e anche se per alcuni anni non mi sono potuto permettere un Commodore 64, che ho preso poi successivamente senza però sfruttarlo veramente appieno il secondo colpo di fulmine fu decisamente l’Amiga 600 con quel bundle di software e giochi che ti faceva capire che stavi semplicemente atterrando su un altro pianeta.

C’era il Deluxe Paint oltre al quel Grand Prix di Geoff Crammond che oltre a permetterti di correre su tutti i circuiti di Formula Uno in 3D ti faceva realmente intravedere il futuro. Quel futuro che è oggi dove a volte si fatica a capire se quello che sta girando è un videogioco o realtà grazie alla velocità di calcolo delle moderne GPU e CPU. Come dimenticare le 3dfx Voodoo 1 e Voodoo 2 o le Banshee?

L’Amiga ti portava veramente alla Next gen di quell’epoca (primi anni ’90) dove tutto diventava più colorato, meno abbozzato, anche in 3D, e lo potevi usare non solo per giocare ma anche per creare musica, immagini, grafica, titolare film insomma era il vero inizio dell’era multimediale.

Dopo L’Amiga 600 acquistai un A1200 che sfoggiava più colori sullo schermo, chipset AGA, un sistema operativo moderno oltre a grafica tridimensionale anche molto sofisticata grazie alle schede acceleratrici e poi la delusione di dover abbandonare il mondo Commodore a causa del fallimento della società stessa.

Il passaggio al PC non fu indolore, i PC costavano significativamente di più, ma grazie ad una lungimiranza di archittettura che putroppo la Commodore non aveva avuto (anche se il primo amore non si scorda mai) quello che venne dopo fu anno dopo anno comunque entusiasmante!

Vorrei avere a disposizione altri 40 anni per vedere cosa succederà se siamo passati dallo scacciapensieri (o Game&Watch, come preferite) alla qualità dei videogiochi attuali ma intanto mi diverto ad esplorare nella sua interezza il passato informatico e videoludico. Ognuno ovviamente ha avuto il suo percorso, il mio come detto è stato VIC20, Amiga, PC ma nessuno oggi ci vieta di percorrere nuove strade grazie a riviste come RetroMagazine e all’emulazione.

Il buon Nicola Salmoria ci aveva visto lungo con il Mame ed oltre agli arcade oggi è emulata praticamente qualsiasi cosa digitale apparsa sulla Terra. Io stesso ho scoperto perle sul SNES, sul Megadrive o su altre console o computer che non possedevo allora semplicemente perché avevo fatto scelte diverse ma non necessariamente giuste o sbagliate, semplicemente le mie.

Nessuno ci vieta di avviare oggi l’emulatore del Commodore 64 e di provare nel 2021 come funzionava il Basic degli anni ’80. Mio figlio di 11 anni per un certo periodo non voleva fare altro! Insomma credo che di carne al fuoco per appagare pienamente la nostra fame di tecnologia ce ne sia davvero tanta e naturalmente il web è un universo completamente a nostra disposizione ma di questo ne parleremo nel prossimo articolo di questa serie.

E voi? Che ne dite di lasciare la vostra personalissima testimonianza nei commenti? Buona continuazione qui sul web o sulle pagine della rivista!

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2 thoughts on “Perchè col retro non si perde nulla – Parte 1

  1. Raccontare dei propri approcci iniziali all’informatica rende sempre un po’ tristi ma anche un po’ orgogliosi di ciò che si è vissuto in prima persona mentre il mondo cambiava e diventava quello che oggi è: la società dell’informazione e della tecnologia.

    Uscito con il diploma di Perito Tecnico in Elettrotecnica nel 1974, mi ero iscritto alla facoltà di Scienze, laurea in Fisica senza avere per la verità una idea precisa di quale dovesse essere la mia strada professionale.
    Il fatto è che mi attirava l’idea di continuare gli studi ed ero particolarmente forte in matematica e fisica, risultando fra i primi della classe in tali materie (ma anche in Letteratura per la verità, tanto è vero che alla maturità portai come prima materia orale proprio letteratura…) mentre la parte squisitamente elettro-meccanica mi era venuta ben presto a noia.

    Il mio primo “calcolatore” (per modo di dire) fun una calcolatrice programmabile HP25C dove fui introdotto al magico mondo della programmazione. 50 passi di programma non erano certo un lusso, ma inizialmente bastava e i principi base oltre che il desiderio di cimentarsi con qualcosa di più potente, fecero il loro ingresso nella mia vita.

    Poi vennero i “calcolatori veri”, cioè il mainframe della facoltà  e il linguaggio Fortran per farlo funzionare. Il primo anno non avevamo nemmeno un calcolatore nostro, ma si lavorava su un sistema on-demand che stava addirittura in un’altra città e ci si interagiva via schede perforate. Forse era proprio la complicazione logistica che mi impediva di innamorarmi definitivamente del calcolo automatico, ma dal secondo anno in poi arrivò finalmente un VAX e tutto cambiò.

    Come macchine personali comincia con una auto-costruito Computer di Nuova Elettronica ma presto passai ad un vero calcolatore personale, un Apple //e (che ancora possiedo perfettamente funzionante).
    Non seguì la strada dei più con i vari VIC, C64, Spectrum,… forse perché non mi sentivo attirato dall’aspetto ludico del fenomeno, ma dopo l’Apple mi buttai sulle macchine DOS, prima un M24 e poi via via cloni a non finire, tutto e sempre con l’intento di perfezionare le mie conoscenze di programmazione e di gestione sistemistica dei sistemi.
    Il primo Linux lo recuperai scaricandolo dalla rete dell’università (40 floppy da 3,5″) e cominciarono gli esperimenti con i sistemi operativi “alternativi” e poi con le reti. E infatti trovai subito un buon lavoro in una software factory dove ben presto passai da semplice programmatore in COBOL (non ho mai avuto nessuna difficoltà ad imparare qualsivoglia linguaggio di programmazione) a sistemista sui mini Olivetti e Prime e poi sulle reti Novell.

    Il passo successivo fu il cambio di lavoro e il ritorno nell’università come tecnico informatico e lì un’altro mondo si aprì: la marea di sistemi Apple (tutto il possibile prodotto da Jobs), le macchine server Unix, etc…

    Oggi sono un retro-computerista e possiedo un po’ meno di 100 macchine (personal e home computer per la maggior parte, ma anche macchine SUN e un AS/400 di IBM). Non sono un “maga-collezionista” e non bramo di esserlo: io le macchine le voglio sì conservare, ma anche utilizzare.

    Ci sono miliardi di cose da approfondire, conoscere, rivedere… credo che non mi annoierò finché campo!

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